Data di ultima modifica: 
01 Febbraio 2018

Giovanni Vicini (1771-1845)

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Nato a Cento il 20 giugno 1771 da Giuseppe e da Caterina Walter, inizia la sua formazione culturale e morale nel Seminario di Cento; poi, seguendo le sue inclinazioni, frequenta l'università di Bologna, laureandosi in giurisprudenza; intanto non nasconde le sue idee tese al rinnovamento politico e sociale su un piano democratico e repubblicano: diventa perciò sostenitore, attivo e disinteressato, fin dal dicembre 1796, del governo francese in Italia. E' rappresentante della città di Cento, con altri due concittadini, ai congressi di Reggio (27 dicembre 1796) e di Modena (21 gennaio 1797), dove si studia l'organizzazione da dare alla Confederazione Cispadana. Quando, nel febbraio 1797, si dovrà decidere quale città scegliere come capoluogo del Dipartimento Centrale tra Modena, Ferrara e Bologna è lui che, con grande sicurezza e chiarezza giuridica e con argomenti convincenti, fa approvare dal Congresso modenese che si proponga Cento come capoluogo dell'"Alta Padusa" e la città del Guercino assolse così per diciotto mesi (1797-1798) ad un compito non facile.
Mentre il Vicini continua ad interessarsi vivamente delle vicende della sua città natale, è nominato da Napoleone segretario generale del governo cisalpino, giudice e consigliere di revisione e cassazione per la Lombardia. Alla fine del 1801 i suoi concittadini lo eleggono nuovamente loro rappresentante ai Comizi di Lione, i quali hanno lo scopo di assicurare un nuovo ordinamento alla Repubblica Cisalpina: i lavori si aprono il 15 dicembre. Membro del Corpo Legislativo (1802) "si trovò a disagio non potendo approvare l'eccessivo infiltramento straniero che si sviluppò continuamente e sotto la Repubblica e sotto il Regno che, pur avendo il nome d'Italia, dipendevano effettivamente dalla Francia" (M. Rosi).
Dopo aver servito la Patria durante il periodo napoleonico, per vari anni si tiene lontano dalla politica, tutto dedito alla famiglia, agli studi e alla sua professione forense. Nemico dell'ingiustizia e della iniquità, avrà momenti difficili, come quando si schiererà apertamente in favore degli Ebrei perseguitati, stampando a tale scopo uno scritto nel 1827. Per capire l'animo del Vicini, oppresso da tante sventure, tra cui la morte della moglie, "donna di inimitabile esempio", si leggano alcune sue lettere inviate all'amico Pietro Giordani. Ormai sessantenne, il Vicini si segnala con onore e con sincero patriottismo in un ruolo fondamentale del moto del 1831: presidente della Commissione provvisoria di Governo, a Bologna, il 4 febbraio e, poi, presidente dello "Stato delle province unite italiane" (26 febbraio). Di lui resta famoso il discorso che tiene al popolo bolognese il 31 febbraio; si tratta della storia del dominio temporale dei papi dalle origini fino al 1831. E' nota a tutti la dolorosa conclusione dello "Stato delle province unite". Non è poi semplice valutare l'operato del Vicini, in questo periodo. "Troppi giudizi, e troppo severi o troppo generosi, sono stati dati su di lui; se qualche errore commise, lo espiò con le durissime pene sofferte nell'esilio e le vessazioni ed i tormenti inflittigli, in ogni circostanza possibile, dalle corte pontificia, dopo il ritorno in patria"(Sandra Melloni).
Dopo essere stato costretto ad esulare a Marsiglia, rientra pochi anni dopo in patria, e chiude la sua triste esistenza a Massalombarda il 12/1/1845. Durante il soggiorno a Massalombarda scriverà, tra l'altro: "Spogliato di un ricco patrimonio, che possedevo, privo da undici anni di una pensione vitalizia di venti scudi mensili, che mi veniva pagata dal pubblico tesoro, inabilitato col fatto al libero esercizio della mia professione, segregato da tutto il consorzio dei viventi senza poter provvedere a tutto ciò che occorre per vivere; ridotto infine all'ultima disperazione del vero interdetto d'acqua e di fuoco e posto interamente, quasi come cane idrofobo, fuori della legge, io giungo talvolta a desiderare che il pugnale di un vile sicario, mosso da odio feroce e da vendetta partigiana, venga a por fine di un colpo ad ogni sofferenza e ad ogni travaglio".

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