Data di ultima modifica: 
21 Giugno 2019

Benjamin Disraeli

Benjamin%20Disraeli

LA QUESTIONE ORIENTALE E UN  SUO PRESUNTO PROGETTO DI COSTITUIRE UNO STATO EBRAICO IN PALESTINA.
(Capitolo tratto dal libro "Gli Ebrei a Cento e Pieve di Cento fra medioevo ed età moderna" - Fondazione Cassa di Risparmio di Cento). 
Desidero innanzi tutto ringraziare il Comune di Cento, la Comunità Ebraica di Ferrara e il Comune di Pieve di Cento per avermi invitato a partecipare ai lavori di questo convegno di studi storici, dedicato alla storia degli ebrei che vissero, fra Medioevo ed Età moderna, in queste due località, Cento e Pieve di Cento. 
Mi piace anche ricordare che alla storia degli ebrei di Cento mi lega non solo l'interesse per il tema in sé, ma anche l'origine della mia famiglia, centese per più di cento anni, tra la metà del '700 e la metà dell' '800. Infatti nell'elenco della 'Popolazione israelitica nel 1825 appare infatti, al numero 42, Lazzaro Carpi di Sabato, nonno di mio nonno paterno; e nel documento in ebraico, riprodotto con molta arte sulla copertina di questo libro, viene menzionato fra i membri della "Confraternita dei mattutini" e fra i gastaldi di questa per l'anno 1786/1787,' Sabato Carpi, padre di Lazzaro. Tra i figli di Lazzaro, inoltre, appare nel medesimo elenco del 1825 Leone Carpi, mio bisnonno, degli ebrei nati a Cento probabilmente quello di più chiara fama, patriota e studioso di scienze economiche e sociali, rappresentante del popolo di Bologna alla Costituente Romana, deputato di Ferrara al primo parlamento italiano.  
Leone visse tutti gli anni della sua giovinezza con il padre ed i suoi sei fratelli nella casa avìta dei Carpi a Cento, casa che si affacciava sulla via Grande (oggi via Provenzali), ai bordi dell'antico ghetto. Questo edificio, tuttora esistente, è contiguo a quello nel quale aveva abitato nel '700 un'altra famiglia ebraica, divenuta poi ben più famosa, quella degli lsraeli. Del più illustre discendente di questa famiglia, Benjamin Disraeli, assurto nella seconda metà dell'800 alla carica di Primo Ministro della regina Vittoria, Pari d'Inghilterra, uno dei fondatori dell'Impero britannico nelle Indie e, forse, uno dei precursori del sionismo, desidero parlare nel corso di questo mio intervento. 
La famiglia lsraeli trae probabilmente origine dalla penisola Iberica, ove appartenne a quel grosso nucleo di ebrei che, costretti a convertirsi al cattolicesimo dopo la conclusione della Reconquista, mantennero nascostamente, per più generazioni, il proprio attaccamento alla fede avìta. Coloro che poi riuscirono a riparare in paesi più tolleranti -in Italia, in Olanda o più spesso nei dominii dell'Impero Ottomano- tornarono apertamente all'ebraismo; e in quella occasione vi fu chi decise di assumere il nome di famiglia lsrael (o lsraeli), quasi a voler manifestare così apertamente la propria appartenenza a quella fede che per tanti anni, a volte per più generazioni, erano stati costretti a tenere celata. 
In Italia, la famiglia lsraeli trovò un primo ospitale asilo probabilmente a Venezia (ove nel 1613 troviamo due fratelli, Isacco ed Abramo lsraeli, membri della 'Congregazione di carità' della Comunità ebraico-spagnola). Cento anni più tardi, all'inizio del '700, un Isacco lsraeli si stabili a Cento, ove si creò abbastanza rapidamente una discreta posizione economica. Nel 1748 il suo primogenito, Beniamino (17301816), il primo membro della famiglia centese per nascita, si trasferì in Inghilterra, ove continuò ad occuparsi con notevole successo degli affari commerciali familiari. Con il passare degli anni assunse la cittadinanza inglese, trasformò il suo nome in Benjamin D'Israeli, e divenne uno dei notabili della Comunità ebraica di origine spagnola-portoghese (Sha'ar ha-Shamayim 'La porta del cielo') di Londra. Il figlio di lui, Isaac (17661848), pur mantenendo all'inizio i legami famigliari con l'ebraismo italiano (sposò una Basevi di Verona) e quelli sociali con la Comunità ebraica spagnola londinese, crebbe nell'ambiente letterario ed intellettuale inglese dell'epoca. 
Tralasciò i commerci patemi, si dedicò a lunghi viaggi, e si fece una certa fama con alcuni romanzi e soprattutto con la sua opera principale, Curiosities of Literature, un affascinante pot-pourri in tre volumi, il primo dei quali avrebbe dovuto costituire, nelle intenzioni dell'autore, i prolegomena ad una monumentale storia della letteratura inglese. Nel 1817, venuto a lite per futili motivi con i rnaggiorenti della Comunità spagnola, decise non solo di allontanarsene ma anche di far convertire al cristianesimo (Church of England) i suoi quattro figli, fra i quali il secondogenito, Benjamin, allora tredicenne. I Benjamin (1804-1881) crebbe in un ambiente sociale e culturale prettamente inglese, e come il padre manifestò sin da giovane chiare tendenze letterarie. Nel 1826, all'età di ventidue anni, pubblicò il suo primo romanzo a sfondo sociale vagamente autobiografico, nel quale il personaggio centrale, Vivian Grey, giovane di notevole ingegno e di spiccate ambizioni politiche, dovette affrontare innumerevoli ostacoli, a causa delle sue origini borghesi, per riuscire ad affermarsi nella società inglese. L'opera, pubblicata all'inizio anonima, ebbe notevole successo e, ristampata in numerose edizioni con il nome dell'autore, cominciò a far conoscere il giovane Disraelil nei circoli intellettuali dell'epoca, spesso ancora assai poco accessibili a coloro che non appartenevano ad una delle classi sociali più elevate. 
Dopo questo primo successo, Benjamin si dedicò per alcuni anni, tra la metà del 1827 e la metà del 1831, a lunghi viaggi in paesi mediterranei, come era nel costume dell'epoca. Prima in Italia settentrionale, dove un'occasionale visitatore tedesco lo trova a peregrinare nel piazzale dell'antico ghetto di Venezia (a quell'epoca già aperto dalle autorità austriache) e tra le tombe del cimitero ebraico del Lido, ove vari membri della famiglia lsraeli erano seppelliti. I Poi nel sud della Spagna ed infine in Grecia e nel Medio Oriente, ove si soffermò in particolare a Gerusalemme. Le giornate vissute in questa città lasciarono una profonda impressione nell'animo di Disraeli, che le considerò 'the most delightful of all our travels'. E così descrive, con eccezionale talento letterario, il panorama della città vista dal Monte degli Olivi: "Nothing could be conceived more wild and terrible and desolate than the surrouding scenery, more dark, and severe; but the ground was thrown about in such picturesque undulations, that the mind, full of the sublime, required not the beautiful; and rich and waving woods and sparkling cultivation would have been misplaced. Except Athens, i had never witnessed any scene more essentially impressive. I will not place this spetacle below the city of Minerva. Athens and the Holy City in their glory must have been the finest representations of the beautiful and the sublime; the Holy City, for the elevation on which i stood was the Mount of Olives, and the city on which i gazed was JERUSALEM". 
Di ritorno in Inghilterra pubblicò prima un anonimo racconto, Contarini Fleming, A Psvcological Autobiography (1832), con ampi brani del suo diario di viaggio, che peraltro ebbe scarso successo, e poi lo straordinario romanzo, basato su un nebuloso fatto di storia ebraica medievale, The Wondrous Tale of Alroy (1 833).
Menachem ben Shelomoh, più noto come David Alroy, fu, secondo alcune cronache ebraiche medievali, la leggendaria guida di un movimento messianico apparso nel 1121 tra gli ebrei del regno dei Khazari, alle pendici settentrionali delle montagne del Caucaso. Il movimento, che si proponeva di ricondurre gli ebrei nella Terra Promessa, ebbe breve vita, e Alroy stesso venne ucciso, pare nel 1135, per ordine del sultano dei Selijuki. Disraeli costruì attorno a questa mistica figura il personaggio centrale del suo romanzo. Questi, divenuto nelle pagine di Disraeli un prode guerriero della stirpe del re David, promette ai suoi seguaci di liberare Gerusalemme dalla dominazione musulmana alla testa di un esercito di ebrei e di restaurare il Regno di Israele. Senonché, sedotto dal successo iniziale, alla vigilia della battaglia finale, s'innamora della figlia del Califfo, trascura la finalità ideale della sua azione, e paga con la sconfitta e con la vita il prezzo della sua debolezza. Il romanzo, che a suo tempo fu accolto assai favorevolmente dalla critica letteraria, afferma con chiarezza e con molto vigore il concetto dell'attualità del legame del popolo di Israele con la sua Terra, e sotto un certo aspetto condanna, come è stato gia osservato da alcuni critici, le teorie assimilazionistiche dell'epoca. 
Alcuni anni più tardi Disraeli riprende il tema del ritorno del popolo di Israele nella sua Terra, nel romanzo Tancred or the New Crusade. In quest'opera del 1847, meno nota delle precedenti, Disraeli collega l'idea del ritorno del popolo di Israele alla Terra Promessa con quella della sua totale conversione al cristianesimo. Concetto questo che troviamo in altre opere dell'epoca, o di poco posteriori, di autori di vari paesi europei, anche italiani.' A questo proposito mi sembra importante notare che, nonostante le inusitate circostanze del suo battesimo, Benjamin Disraeli, stando alla testimonianza dei suoi scritti, fu cristiano per intima convinzione religiosa, anche se mantenne un costante interessamento per i temi storici ed attuali dell'ebraismo (che non si peritò di interpretare, appunto, alla luce di argomenti teologici cristiani). 
Sul tema del legame storico del popolo di Israele con la sua Terra torna Disraeli, sia pure solo di scorcio, alcuni anni più tardi, nel suo romanzo Lothaire (1870), la trama del quale si svolge in parte in Terra Santa. "There are few things finer than the morning view of Jerusalem from the Mont of Olives" dice il personag-io centrale del libro, poiché "the view of Jerusalem never becomes familiari for its associations are so transcendent, so various, so inexhaustible, that the mind can never anticipate its course of thought and feeling". 
A questo punto, prima di entrare in merito al tema centrale della relazione -Disraeli e la 'questione orientale'- è forse opportuno accennare brevemente ad alcune tappe della sua carriera politica. Nel 1837 entrò nelle file del partito conservatore, il partito dei Tory, e venne eletto membro del Parlamento. Fu un Tory a chiare tendenze radicali, leader della frazione Young England Movement, come appare anche da due suoi romanzi, Coningsby, or the New Generation (1 844) e Sybil, or the Two Nations (1845). Difensore della monarchia e dell'aristocrazia, e pur con ciò uno dei padri della legislazione sociale inglese: diminuì le ore della giornata lavorativa, stabilì per legoe la parità di diritti fra i datori di lavoro e le organizzazioni sindacali operaie. Egli fu ministro del tesoro (1852, 1858-1859, 1866-1868); leader dell'opposizione (1868-1874); primo ministro della regina Vittoria (1868, 1874-1880). Fu anche uno degli artefici dell'espansione dell'Impero Britannico in Africa e in Oriente. Nel 1875 acquistò dal Khedive di Egitto per quattro milioni di sterline il pacchetto di azioni della Compagnia del Canale di Suez, assicurando così al Governo Britannico il virtuale controllo della Compagnia ed una base indispensabile all'espansione dell'impero nel vicino oriente e nelle Indie.' Dopo di chè propose e fece accettare in parlamento la legge che creava la regina Vittoria imperatrice delle Indie. Nel 1876, in riconoscimento dei suoi eccezionali meriti, venne nominato dalla regina First Earl of Beaconsfield. Ma all'apice della sua carriera politica Disraeli -gia Lord Beaconsfield- giunse negli anni 1877-1878, all'epoca più acuta della ,questione d'oriente', quando egli guidò, con acuto intuito politico e da una posizione di enorme prestigio internazionale, le trattative di pace tra le grandi potenze europee al Congresso di Berlino. 
Il Congresso di Berlino si tenne tra il 13 giugno e il 13 luglio del 1878 sotto la presidenza del cancelliere tedesco, il principe di Bismarck, allo scopo dichiarato di ristabilire l'equilibrio politico fra le grandi potenze del sud-est europeo, equilibrio gravemente compromesso dalla ribellione dei serbi bosniaci contro la dominazione ottomana, e dalla conseguente sconfitta dell'esercito turco ad opera di quello russo. In realtà l'Inghilterra e l'Austria, preoccupate dei possibili sviluppi della situazione, riuscirono a condurre le trattative in modo da porre un freno all'incombente espansione russa nei Balcani e riuscirono ad evitare l'affacciarsi della flotta russa nel Mediterraneo, privando così in pratica la Russia dei frutti principali della sua vittoria. Alla vigilia dell'apertura del congresso, Disraeli arriva a mettere i rappresentanti delle potenze europee di fronte alla accompli, firmando un trattato di alleanza con la Turchia. Il congresso si concluse, come è noto, con la decisione di concedere l'autonomia alla Bulgaria, l'indipendenza alla Serbia e al Montenegro; la completa indipendenza alla Romania; mentre la Bessarabia veniva annessa alla Russia, la Bosnia-Herzegovina all'Impero Austro-Ungarico e l'isola di Cipro veniva ceduta all'Inghilterra. Era chiaro che lo smembramento definitivo dell'Impero Ottomano era solo rimandato, e rimaneva da stabilire quale delle grandi potenze ne avrebbe maggiormente beneficiato. 
Di riflesso il congresso ebbe ad occuparsi anche di questioni inerenti la situazione degli ebrei. à abbastanza nota l'attività svolta da varie organizzazioni ebraiche europee, ed in particolare dall'Alliance Israelite Universelle allo scopo di ottenere che i paesi dei quali stava per esser riconosciuta (o confermata) l'indipendenza, fossero obbligati ad impegnarsi che avrebbero concesso la completa parità dei diritti civili a tutti i loro cittadini, compresi gli ebrei.' Il problema si poneva in termini particolarmente acuti per la Romania, paese nel quale la situazione degli ebrei era assai precaria. In effetti il congresso stabilì il principio della completa parità dei diritti civili di tutti i cittadini dei nuovi stati, senza distinzione di religione, nonostante la strenua opposizione del delegato russo, il Principe Gorchakov, che in privato usava accusare Disraeli di perorare questa causa per essere egli stesso di origine ebraica. (Ed effettivamente i romeni accettarono loro malgrado la clausola imposta, senza però porla in pratica). 
Meno noto è il fatto che, dovendo il congresso trattare della questione orientale' in un periodo nel quale il futuro dell'impero ottomano appariva sempre più incerto, si levarono da più parti voci -di ebrei e di non ebrei- a favore di un ritorno del popolo ebraico nella sua terra. Vi fu chi impostò il problema in una visuale teologica cristiana, o persino missionaria, come già abbiamo accennato; altri (o, per lo meno, un altro, un ungherese), aspirava così 'a liberare l'Europa dalla piaga dell'ebraismo'. Ma altri intendevano effettivamente trovare una soluzione al problema ebraico nel quadro della futura soluzione della ,questione orientale', non solo sul piano della parità dei diritti civili dei singoli, ma anche su quello della parità di diritti del popolo ebraico in quanto entità nazionale. E questo, è importante sottolinearlo, in un periodo nel quale in Europa prendevano minacciosamente forma i movimenti antisemitici razzisti moderni, e, per contro, cominciava a diffondersi all'interno delle popolazioni ebraiche, soprattutto in Europa orientale, la coscienza nazionale e il desiderio di dar forma politica reale all'antico sogno del ritorno alla terra promessa. In questo contesto apparve alla vigilia del congresso, un opuscolo di 16 pagine intitolato Die Júdische Frage in der Orientalischen Frage (Il problema ebraico nella questione orientale), stampato a Vienna nel 1877, senza il nome dell'autore (sul frontespizio si legge: Von .... cioè: di), nella tipografia di P. Smolensky. 
Le tesi principali dell'opuscolo sono le seguenti. 
In un periodo nel quale le grandi potenze trattano la creazione di nuovi stati nazionali, in particolare nel sud-est europeo, in base al principio del diritto dei popoli all'autodeterminazione, ormai universalmente riconosciuto, l'unico popolo del quale si nega il carattere nazionale e il diritto ad un suo proprio stato è quello ebraico. E questo nonostante che la coscienza nazionale e l'attaccamento degli ebrei alla loro lingua e alle loro tradizioni si siano conservati per oltre duemila anni, fatto unico nella storia dell'umanità. L'autore pertanto sostiene il diritto degli ebrei non solo alla parità dei diritti civili ma anche a quelli nazionali. L'impero ottomano -the sick man of Europe, come veniva chiamato- si avvicina alla sua fine, o perlomeno alla perdita della maggior parte dei suoi possedimenti in Europa e nel vicino oriente. In questo contesto le potenze europee debbono dare una soluzione al problema nazionale ebraico, restituendo la terra promessa al popolo di Israele, per crearvi una repubblica o un regno ebraico. Questo dovrà essere posto sotto protettorato britannico per un periodo di 50 anni, durante i quali saranno create le strutture economiche e sociali del nuovo stato, e durante i quali milioni di ebrei vi affluiranno e apprenderanno l'arte dell'autogoverno. Lo stato ebraico sarà laico - il principio della separazione tra Stato e Chiesa dovendo essere valido anche per esso. La lingua adottata sarà, secondo l'autore, l'inglese. La creazione di uno stato ebraico non dovrà pregiudicare lo status civile degli ebrei che continueranno a vivere nei paesi della loro attuale residenza.
Questo il succo principale dell'opera, pubblicata, va notato, cinque anni prima del famoso opuscolo Auto-Emanzipation di Leon Pinsker (1822) e diciannove prima del famosissimo Judenstaat di Theodor Herzl (1896). 
A questo punto. la domanda che naturalmente si pone è: chi è l'autore dell'opuscolo? 
Certo non un tedesco né un francese. Degli ebrei, l'autore parla sempre in terza persona, il che però non esclude necessariamente la sua origine ebraica. Certo non era Pertz Smolensky, nella cui tipografia, come si è detto, l'opuscolo venne stampato, assai lontano da molte delle idee dell'autore e, fra l'altro, strenuo difensore della lingua ebraica." Si è pensato allo studioso David Kaufmann, direttore del Collegio Rabbinico di Budapest, che nel 1876 aveva pubblicato sul Monatschrift fiir Geschichte und Wissenschaft des Judentums una critica assai favorevole al Daniel Deronda di George Elliot, in particolare per la sua proposta di ricostruire uno Stato ebraico. Ma anche questa supposizione è certamente da scartare, poiché il principìo di separazione della religione dallo stato era del tutto estraneo alle convinzioni di Kaufmann. Così come non sembra da accettarsi l'identificazione con lo scrittore ebreo lituano Jehudah Keib Gordon (Jalag), che non aveva né la competenza né gli interessi di politica internazionale caratteristici dell'autore del nostro opuscolo. 
Nel 1947 fu ritrovato a Nev York, fra le carte del defunto rabbino Joseph S. Bloch (nato in Galizia, deputato al parlamento austriaco negli anni 1879-1895 nelle file della 'frazione polacca') un grosso volume manoscritto di appunti-memorie di Leo von Bilinski, anch'egli originario della Galizia, leader della 'frazione polacca' al parlamento austriaco, personalità a suo tempo di un certo rilievo, ministro del tesoro, professore di economia, ex rettore dell'Università di Lvov, patriota polacco di lontane origini ebraiche. In questo volume si trovano tre brani, tutti e tre del 1896, che interessano direttamente il tema e che assai probabilmente possono sciogliere i dubbi in materia." 
Nel primo brano Bilinski tratta di una conversazione avuta con il Presidente del parlamento austriaco, Johann von Chlumecky. Bilinski gli aveva dato da leggere l'opera di Herzl, 'Lo Stato ebraico' (Judenstaat), pubblicata nel febbraio di quell'anno, e in proposito nota nel suo diario: '11 barone Clumemecky mi ha detto ieri che il progetto di Herzl manca di originalità. Probabilmente avrà letto l'opuscolo Die Jiidische Frage in der Orientalischen Frage di Disraeli, che egli [Clumecky] tradusse a suo tempo in tedesco su richiesta dell'Ambasciatore Inglese a Vienna e che fece stampare, senza il nome dell'autore, in una tipografia di Vienna.' 
Nel secondo brano, posteriore di pochi giorni, Bilinski scrive: "Ho fatto vedere oggi a Herzl l'opuscolo di Disraeli - all'inizio senza rivelare il nome dell'autore. Ho dovuto prestaglierlo per alcuni giorni. Prima di lasciarci gli dissi che Disraeli è l'autore". Dopo di che Bilinski aggiunge: "Herzl mi ha restituito l'opuscolo di Disraeli. t entusiasta dei suoi argomenti; dice che se avesse conosciuto in tempo l'opuscolo non avrebbe scritto 'Lo Stato Ebraico', o avrebbe redatto il suo progetto secondo le proposte di Disraeli". In modo particolare Herzl approva la tesi secondo la quale il futuro Stato ebraico avrebbe dovuto essere strettamente laico. (Ed in effetti questo concetto si trova, più o meno accentuato, in tutti gli scritti di Herzl). 
Infine nel terzo brano, Bilinski nota: "Chiumecky mi ha dato l'opuscolo [di Disraeli] da conservare nella mia raccolta. Mi ha detto che all'inizio Disraeli intendeva mettere all'ordine del giorno del Congresso di Berlino il suo progetto [di creare uno Stato Ebraico], ma sia Bismarck che Andrassy [il Ministro degli Esteri austriaco] vi si opposero ... per cui Disraeli diede disposizione a Vienna di non diffondere il suo opuscolo e di distruggerlo". Secondo l'annotazione di Bilinski, Bismarck temeva che il progetto avrebbe potuto in qualche modo creare disagio ai "nostri cittadini tedeschi di religione mosaica".
Sin qui gli appunti di Bilinski, i quali sembrano non lasciar dubbio alcuno sull'identità dell'autore dell'opuscolo in causa. 
Ciononostante vari studiosi posero in dubbio il valore di questa testimonianza. Mi limiterò ad accennare qui brevemente ai principali argomenti a favore e contro questa identificazione; ai quali aggiungerò poi un nuovo elemento, sfuggito sinora a coloro che si sono occupati del tema (e che mi sembra, oltre che abbastanza interessante di per sé, anche di un certo significato in questa sede). 
Da un lato è stato notato, che si tratta di una testimonianza indiretta che non trova riscontro in altre fonti provenienti dai diretti interessati:'Herzl non ne fa cenno nei suoi Diari, e né Chlumecky né Bismarck ne parlarono, per quanto se ne sappia, con i loro collaboratori, o per lo meno questi non ne lasciarono alcuna traccia scritta. 
Dall'altro lato è stato sottolineato che si tratta di una testimonianza estremamente precisa nei particolari, che sembra essere confermata da altre testimonianze, sia pure anch'esse indirette. Bilinski rammenta in un suo scritto del 1910 di aver discusso con Herzl le tesi del suo opuscolo, Judenstaat, poco dopo che questo venne pubblicato. L'incontro (o gli incontri) fra i due uomini politici era stato preparato dal comune conoscente, il rabbino Joseph S. Bioch, previo formale impegno da parte di Herzl di tenere la notizia segreta, poiché Bilinski, che era allora ministro del tesoro, non voleva che si pensasse che egli sosteneva il progetto di Herzl di restaurare uno Stato ebraico (progetto al quale, sia detto per inciso, egli, come Bloch, era nettamente contrario). Anche uno dei collaboratori di Herzl, il dottor Shaul R. Landau, ricorda nelle sue memorie 'gli incontri' che ebbero luogo tra Herzl e Bilinski, durante i quali i due personaggi discussero le tesi Herzliane. Landau ag-iunge che ambedue si impegnarono reciprocamente a mantenere la cosa segreta, il che essi fecero. "Per questo motivo" -aggiunge Landau- "sia Herzl nei suoi Diari che Bilinski nelle sue memorie pubblicate postume, non fecero cenno dei loro incontri"." Testimonianze, queste, che concordano perfettamente fra loro e che sembrano spiegare in maniera convincente il motivo per il quale il nome dell'autore dell'opuscolo è rimasto così a lungo celato. 
A questo punto, vorrei proporre un nuovo elemento, che pur necessitando di ulteriori ricerche, può portare nuova luce al tema. Nel novembre del 1985 si tenne a Pizzo di Calabria un Convegno Storico per commemorare la figura e l'opera del patriota calabrese Benedetto Musolino nel centenario della sua morte. Si parlò in quell'occasione di Musolino protagonista del risorgimento italiano nel Mezzogiorno; di Musolino rivoluzionario europeo; di Musolino radicale meridionale. lo fui invitato a parlare di Musolino 'precursore del sionismo', avendo egli scritto nel 185 1, durante il suo esilio negli Stati Sardi, un lungo trattato intitolato Gerusalemme ed il Popolo Ebreo. Progetto da rassegnarsi al Governo di Sua Maestà Britannica." In questo egli perorava la ricostituzione di uno Stato Ebraico in Palestina sotto l'egida della Gran Bretagna nell'ambito di un futuro riassetto della carta politica del Levante e del Medio Oriente; riassetto indispensabile, a suo dire, allo scopo di raccogliere l'eredità dell'Impero Ottomano a salvare l'Europa e l'Asia dalla minaccia dell'imperialismo russo. L'autore del Progetto esamina minuziosamente sia il contesto politico internazionale, nel quadro del quale l'azione andava svolta, sia i problemi tecnici, economici e culturali, collegati con questa; e fra l'altro sostiene che il popolo ebraico, tornando alla Terra dei suoi Avi e ricostituendo l'antico Stato doveva accollarsi il compito -senza pari nella storia dei popoli- di far rinascere l'antico idioma biblico, l'ebraico, e di farne nuovamente la sua lingua nazionale, una lingua viva, parlata quotidianamente, usata sia in famiglia che dai letterati e scrittori (come poi in realtà si fece). A questo proposito va notato, che non solo il nostro anonimo, nel 1877, non aveva compreso la cardinale importanza culturale-nazionale della rinascita dell'antico idioma del popolo ebraico, ed aveva suggerito di adottare l'inglese; ma anche Herzl, come è noto, nel 1896, propose di adottare il tedesco come idioma del nuovo stato.
In quello stesso Convegno, Paolo Alatri, nella sua relazione su 'Musolino rivoluzionario europeo', rammentava come nel 1851 egli si fosse recato appositamente a Londra, allo scopo di presentare il suo Progetto al Governo di S.M. Britannica, senza però riuscire a farsi ricevere da Lord Palmerston, allora e per pochi mesi ancora ministro degli esteri." Se ebbe occasione di incontrare Disraeli. in quell'epoca leader dell'opposizione (e pochi mesi dopo, nel 1852, ministro del tesoro) non sappiamo. Come purtroppo non sono rimaste tracce di un suo assai probabile incontro con il patriota centese Leone Carpi, anch'egli in quegli stessi anni esule a Londra, che con Musolino aveva condiviso le giornate di speranza e di amarezza della Repubblica Romana, e che a Londra -come risulta da una sua testimonianza- ebbe più volte occasione di contattare Disraeli. Quello che è certo è la sorprendente similitudine dei due progetti, quello di Musolino e quello (forse) di Disraeli, sia nelle loro argomentazioni storiche -basate sul principio del diritto del popolo ebraico a un suo Stato nazionale- sia nell'analisi dei futuri sviluppi politici internazionali, e di quelli mediterranei e medio-orientali in particolare. (Con la differenza, come si è detto, che Musolino fu l'unico a comprendere l'importanza della rinascita dell'ebraico come lingua nazionale). 
Va notato però che, se in quell'occasione vi fu un contatto tra Musolino e Disraeli, questo sarebbe avvenuto nel 1851, più di un quarto di secolo prima degli avvenimenti in questione. 
Nello stesso Convegno di Pizzo, però, Raffaele Colapietra, nella sua relazione su "Musolino deputato tra radicalismo meridionale ed Europa bismarckiana", dà notizia di un Memorandum su la guerre actuelle turco-moscovite adressé à S.E. Lord Beaconsfield Premier Lord de la Tresorerie par le colonel Benoit Musolino deputé au Parlament Italien, che Musolino, allora già deputato al Parlamento italiano, rivolse a Lord Beaconsfield, Primo Ministro britannico, nel 1877, cioè esattamente nell'anno nel quale fu scritto l'opuscolo attribuito a Disraeli, e pochi mesi prima della riunione del Congresso di Berlino. In questo documento Musolino ritorna sulla sua analisi del prossimo smembramento dell'Impero Ottomano e sulla necessità di porre un freno all'espansione russa nei paesi mediterranei e del Vicino Oriente." 
Con ciò non possiamo ancora dimostrare che nel 1877 Disraeli conoscesse il progetto di Musolino di ricostruire lo Stato Ebraico. à indubbio però che fra i due personaggi vi fu una sorprendente affinità di idee nella visione della politica europea in generale e di quella mediorientale in particolare, e che vi furono fra i due rapporti diretti, perlomeno dopo l'Unità d'Italia. Così come non vi son dubbi sulla similitudine di molte tesi che troviamo sia nel trattato di Musolino del 1851 che nell'anonimo opuscolo del 1877. Se aggiungiamo a queste considerazioni le testimonianze delle quali abbiamo poco innanzi discusso, mi pare che si possa identificare in Benjamin Disraeli, allora già Lord Beaconsfield, l'autore dell'opuscolo, con ragionevole certezza. 
Il che, sia detto per inciso, dovrebbe indurre non pochi studiosi a cambiare perlomeno parte delle loro tesi sul pensiero di questo personaggio, in particolare per quanto concerne il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico. Va anche presa in considerazione la possibilità che in questo pensiero vi sia stato in qualche misura un filone italiano, rimasto sinora inesplorato.

[autore: prof. Daniel Carpi, docente di storia degli Ebrei Italiani presso l'Università di Tel Aviv]

Condividi